La sera del 16 luglio 1861 il Delegato di P.S. Ferdinando Mele cadeva colpito a morte da una pugnalata al collo, infertagli da uno sconosciuto.

Le indagini si concentrarono subito su un episodio di pochi giorni prima: il Mele aveva tratto in arresto due criminali, che erano stati tradotti in carcere. Uno di essi era accompagnato dal fratello, che aveva pronunciato ad alta voce propositi di vendetta nei confronti del Mele.

Dagli atti processuali dell’epoca risulta che costui fu riconosciuto da alcuni testimoni, che lo avevano visto aggirarsi nei pressi dell’abitazione del Delegato, dopo essersi espressamente informato fin dalle ore precedenti l’aggressione. Messo alle strette, il malvivente confessò l’omicidio, precisando però che non voleva ucciderlo, ma solo minacciarlo per aver “arrecato rovina alla sua famiglia”. Fu, a suo dire, per la reazione del Mele, che stava per estrarre l’arma, che dovette ucciderlo. Al termine del processo, fu condannato ai lavori forzati a vita.

Fonte: Gazzetta dei Tribunali, 1861; documentazione fotografica a cura dell’Ispettore Capo Vincenzo Marangione.

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