Ma chi sono i caduti?

Quando decisi di far qualcosa per onorare la memoria di chi ha dato la vita per le istituzioni, per la libertà della collettività, mi interrogai sul concetto di “caduto in servizio”.

Sicuramente lo è chi è rimasto vittima di un agguato mafioso, o terroristico, sia esso “mirato” (volevano uccidere quella persona, con nome, cognome ed incarico, per ciò che aveva fatto o avrebbe potuto fare contro di loro), sia generico (volevano colpire un simbolo, chiunque indossasse una divisa e, per mero accidente del destino, si fosse trovato in un certo posto ad una certa ora).

Sicuramente lo è chi, anche dopo aver lasciato il servizio attivo, viene raggiunto dalla vendetta criminale, magari dopo anni, ma in circostanze che non lasciano dubbi sul movente e sulla riconducibilità al servizio.

Sicuramente lo è chi si è trovato a contrastare un disegno criminoso nell’adempimento del proprio compito istituzionale: un operatore intervenuto, su segnalazione della sala operativa, durante una rapina, una violenza, un servizio di ordine pubblico.

Sicuramente lo è chi, durante un normale controllo, ha avuto la sventura di imbattersi in criminali che non hanno esitato ad abbatterlo, come qualunque altro ostacolo che avessero trovato sulla loro strada.

Sicuramente lo è chi, anche libero dal servizio, ha ritenuto suo dovere adoperarsi per perseguire quegli ideali abbracciati col giuramento prestato, esponendosi al rischio di immolarsi, pur non essendo “contrattualmente” tenuto a farlo, in quel momento.

Sicuramente lo è chi è stato fermato da un destino avverso, per esempio un incidente stradale, aereo o ferroviario, mentre si recava ad adempiere questi doveri, pur senza aver avuto il tempo di farlo. O chi è stato stroncato da una malattia contratta in servizio e a causa di esso, come ad esempio in seguito a ferite riportate anni prima, ma sicuramente influenti sullo stato di salute, tanto da accorciarne, magari drasticamente, le lecite aspettative di vita.

MA…

lo è anche chi, libero dal servizio, ha avuto un incidente mentre stava accudendo a faccende personali? Ad esempio  mentre, in ferie, stava andando al mare? O chi, già in quiescenza da tempo, è stato freddato da un rapinatore o da un ladruncolo sorpreso in casa propria? O chi ha interrotto prematuramente la propria esistenza per una grave malattia, contratta per cause assolutamente indipendenti dal servizio e dal suo status di poliziotto? O chi, non reggendo a un particolare periodo di stress, che chiunque può trovarsi ad attraversare, ha ceduto allo sconforto decidendo di “farla finita”? O, peggio ancora, chi, entrato in un sodalizio criminale, è “caduto” per motivi tutt’altro che nobili, come ad esempio un regolamento di conti?

Credo che nessuno si sognerebbe di accomunare tutte queste ipotesi al comune concetto di “caduto in servizio”.

Pur tuttavia, fra le infinite situazioni che possono presentarsi la distinzione non è sempre così chiara e netta, esiste un limbo impalpabile, ma numericamente consistente, di casi in cui il confine fra caduto in servizio e no si fa assai sottile. Vengono in mente, in prima battuta, tutti i casi di incidenti stradali occorsi a poliziotti che stavano per recarsi in servizio o che ne facevano ritorno, senza che le modalità del doloroso evento siano in alcun modo ascrivibili a ragioni di servizio, come, per esempio, essersi fermati per prestare soccorso o ausilio.

Seguono, poi, quegli episodi in cui non si è (mai o ancora) fatta piena luce su modalità, ragioni ed antefatti, con elementi di contraddizione che ci danzano continuamente davanti e ci impediscono di catalogare inequivocabilmente il poliziotto defunto come “caduto in servizio” o meno.

A questo punto la soluzione, necessariamente provvisoria, è una sola: ascrivere alla nobile schiera dei “caduti” ovvero escludere da essa, senza alcun tentennamento, tutti coloro per i quali, pacificamente, non è mai sorto dubbio alcuno. Per gli altri, per quelle situazioni border line per le quali non si è in possesso di elementi di cognizione che portino a propendere per l’una o l’altra ipotesi, non si può far altro che sospendere il giudizio, in attesa di un quadro meglio delineato.

Avremo così, da una parte, Caduti che avranno questo onore e saranno additati come vivido esempio alle generazioni future.

E avremo, dall’altra, semplici “morti”, che saranno ricordati, al contrario, come esempio negativo, in quanto in vita hanno disprezzato gli ideali che avrebbero dovuto informare la loro opera e hanno gettato discredito sull’istituzione e, soprattutto, sulle povere spoglie di quelli che, invece, la loro vita l’hanno eroicamente sacrificata o almeno persa nell’adempimento del proprio dovere.

E, nel mezzo, un limbo di colleghi che continueranno ad attendere che i loro nomi vengano affidati al ricordo dei sopravvissuti, per l’uno o per l’altro verso.

Nel frattempo, ai primi abbiamo reso un doveroso omaggio, ricordando i Loro nomi a quanti vollero Loro bene e a quanti, senza invece averli mai sentiti nominare, ne apprendono la breve storia, ne apprezzano l’operato e sono da ciò indotti a riflettere. Un  tributo che altri hanno reso, meglio e più autorevolmente, o che altri vorrebbero rendere, in forma forse più consona. Intanto, nel nostro piccolo, l’abbiamo reso.

(per la Redazione Scinia Francesco)